Wangari Maathai : Solo il vento mi piegherà

Un albero spinge le radici nel profondo del terreno e tuttavia svetta alto nel cielo. Ci dice che per poter ambire a qualcosa dobbiamo essere ben piantati per terra e che, indipendentemente da quanto in alto arriviamo, è sempre dalle radici che attingiamo il nostro sostentamento.


 

 

 

 

 

 

 

Wangari Maathai

Image via Wikipedia

A parlare è Wangari Maathai, insignita del premio Nobel 2004 per la Pace grazie al suo impegno ambientalista piantando milioni di alberi sul suolo keniota attraverso il Green Belt Movement da lei fondato e per aver contribuito alla democratizzazione del Kenya post-coloniale.Durante la stesura della propria autobiografia “Solo il vento mi piegherà“. La mia vita, la mia lottae, prima di concentrarsi sugli argomenti legati all’attivismo e alla politica, dedica grande attenzione alle sue origini, evidenziandone il ruolo svolto al momento di realizzare progetti ambiziosi: Maathai scrive seguendo la filosofia http://it.wikipedia.org/wiki/Olismo (cioè globale) che guida la sua vita, con l’intenzione di mostrare come qualsiasi esperienza iniziale si ricongiunga con le sue varie componenti e con quel che finisce, andando a formare un circuito di relazioni e connessioni anche tra aspetti in apparenza molto diversi.

Nata nel 1940 in una comunità poligamica di etnia kikuyu stanziata in una zona rurale del Kenya, il premio Nobel crea un ponte tra la spensieratezza della propria infanzia e la mancanza di cedimenti (come suggerisce la parola unbowed nel titolo originale del libro) che la contraddistingue nel corso dell’esistenza: “Gli adulti si rendevano conto del fatto che i bambini non riuscivano ad elaborare esperienze così profonde, quindi non davano loro informazioni che non potessero capire. (…) Ora so di essere stata cresciuta in un ambiente che non creava paure o incertezze. C’erano invece molte ragioni per sognare, per essere creativi e usare l’immaginazione.”
Duramente ostacolata (è più volte sotto arresto e in carcere) o fortemente sostenuta (annovera finanziamenti e riconoscimenti da tutto il mondo), per i detrattori è una persona arrogante e testarda, una pazza “con gli insetti in testa” che va in cerca di grane, mentre per gli estimatori si tratta di una donna coraggiosa, dotata di grande rigore e determinazione. Oltre alle questioni ambientaliste, infatti, Wangari Maathai ha tre figli, un divorzio da un uomo che si dichiara iperteso a causa delle attività lavorative della moglie, una laurea in biologia conseguita nel Kansas grazie a una borsa di studio promossa da John Fitzgerald Kennedy, un dottorato in veterinaria svolto tra l’università di Nairobi e quella di Monaco, un’esperienza di docenza universitaria in Kenya e un periodo di impegno politico presso il Ministero dell’Ambiente del proprio Paese. L’attività del Green Belt Movement inizia quasi per caso quando, negli anni ’70, la biologa lavora durante la campagna elettorale del marito Mwangi, che si candida promettendo di creare nuovi posti di lavoro in caso di elezione. Nel tentativo di mantenere la promessa fatta all’elettorato, Maathai ha l’idea di coinvolgere persone povere e non alfabetizzate provenienti dalle zone rurali del Kenya (e quindi per la maggior parte donne) in un progetto che inizialmente si limita alle mansioni di giardinaggio e alla creazione di piccoli vivai per le abitazioni delle famiglie abbienti. In realtà, però, il progetto comincia a decollare anche in seguito all’abbandono della carriera universitaria da parte di Maathai, la quale investe tutte le energie per trasformare il larvale proposito originario in un’azione concreta, applicando le proprie competenze biologiche sul territorio keniota per obiettivi ecologisti: piantare degli alberelli per combattere la desertificazione, stimolare la biodiversità alternando specie diverse di piante, valorizzare le zone verdi già esistenti.

Amando gli alberi come se fossero esseri umani – fermi nella memoria come miti dell’infanzia e della terra natia ugualmente incontaminate – Wangari Maathai e il Green Belt Movement cominciano ad estendere il proprio campo di azione. Prima di tutto, ricevendo lezioni dalle guardie forestali per ottimizzare la gestione dei vivai. E poi, considerata la massiccia presenza femminile all’interno dell’organizzazione, collaborando con il National Council of Women of Kenya, attraverso il quale si cerca di difendere i diritti delle donne rispetto alla doppia morale keniota che la stessa Maathai sperimenta personalmente: “Come Mwangi, tanti avevano studiato all’estero, parlavano inglese a casa e sul lavoro, vestivano all’europea e vivevano in case di tipo occidentale. Tuttavia, volevano proiettare la loro ‘africanità’ attraverso le mogli, fra le pareti domestiche e nella società”, questione che causa numerosi divorzi e comporta la ricerca di una maggiore autonomia da parte delle donne coinvolte che, infatti, vengono mobilitate a migliaia all’interno del progetto ambientalista. Come conseguenza di questi fatti, il movimento si trasforma gradualmente in un programma, con l’esplicito obiettivo di diffondere idee e fornire un’educazione civica, volte a scardinare le dinamiche della classe dirigente ancora strutturata secondo le logiche dell’era coloniale. In effetti, benché il Kenya abbia raggiunto l’indipendenza dal dominio inglese nel 1963 – anche grazie alla rivolta dei Mau Mau -, già dagli anni ’70 il governo dell’ex-combattente Kenyatta limita la democrazia mantenendo relazioni diplomatiche con il potere britannico; alla sua morte, il successore Moi trasforma negli anni ’80 la compagine governativa esistente nel regime monopartitico del KANU, avviando la repressione della dissidenza. Nell’analisi di Wangari Maathai, inoltre, da quel momento in poi la classe politica keniota comincia a fomentare la violenza interetnica, al fine di indebolire l’opposizione frammentandola dall’interno e portando così il Paese agli scontri tribali degli anni ’90; strategia destabilizzante che, secondo la biologa, sarebbe stata adottata in modo spregiudicato anche da altri governi africani quali il Ruanda e il Darfur, con effetti devastanti in termini di morti e profughi tra la popolazione. In un tale contesto, Maathai si scontra inevitabilmente contro la corruzione del potere. In particolare questo avviene avversando la costruzione di un complesso edilizio che altererebbe la fisionomia di un grande parco pubblico; e, in secondo luogo, contro la privatizzazione impropria e la spartizione personalistica di terre appartenenti al demanio pubblico (il land-grabbing), su cui il Green Belt Movement lavora discutendo il concetto di appartenenza alla nazione, contribuendo così a una maggiore presa di coscienza all’interno della popolazione e agevolando, probabilmente, le elezioni del 2002 e l’insediamento del governo Mbaki con la sua politica incentrata sulla lotta alla corruzione.

Wangari Maathai entra a far parte di quella classe dirigente in veste di sottosegretario al Ministero dell’Ambiente e questo evento sembra chiudere il cerchio della sua esperienza di vita. Dopo l’abbandono da parte del marito, è come se lei rinunciasse ad una parte di se stessa e la alienasse, devolvendo tutte le proprie risorse alla causa ambientalista e politica, dando ogni energia al personaggio pubblico, accettando senza drammatizzare il peso della solitudine con cui combatte le sue battaglie.  Di norma Wangari Maathai non sembra avere l’abitudine di censurare le proprie opinioni ma, anzi, incorre in conseguenze dannose a causa di quel che sostiene seguendo lo slancio dell’impulso. Ad esempio, durante il dibattimento della causa di separazione da Mwangi, fa una domanda considerata fuori luogo che compromette l’esito del confronto davanti al giudice. Oppure, quando esprime un’opinione molto controversa in occasione del conferimento del premio Nobel – secondo la quale il virus dell’Aids sarebbe un prodotto di laboratorio della razza bianca usato come arma biologica per sterminarne altre – provoca la presa di distanza degli Stati Uniti che si sono appena congratulati con lei per l’assegnazione del prestigioso riconoscimento. Tuttavia, solo alle questioni private e alle delusioni personali Maathai dedica un non-detto pudico, che però si percepisce tra le righe quando riporta velocemente una delle storie narrate durante la sua infanzia dalla zia, mentre è seduta in circolo insieme ad altri bambini in attesa che la cena sia pronta. E’ la storia dell’irimù, un dragone che assume sembianze umane e in genere è un imbroglione che spaventa i bambini e seduce le giovani donne promettendo grandi cose: “Anch’io a volte sono stata cieca e mi sono identificata con loro, che fanno la corte all’irimù nonostante tutto ciò che sanno di lui.” La figura del dragone ricompare però nell’appendice alla fine dell’autobiografia, dove la storia viene narrata per intero e il cui significato diventa piuttosto evidente: tra varie peripezie, il seduttore conquista l’unica ragazza ingenua che va a vivere con lui, lo sposa e mette al mondo un bambino, il quale a sua volta è un irimù perché figlio di un drago. Quando la donna scopre che entrambi sono cannibali, riesce a massacrarli con l’aiuto di due nipoti e torna alla sua famiglia, “forse un po’ più saggia.” Forse la stessa saggezza grazie alla quale Wangari Maathai scrive: “A volte mi domando come sarei diventata se Mwangi non mi avesse lasciata. Chissà se avrei seguito lo stesso cammino. In un certo qual modo, il suo abbandono mi permise di imboccare la strada che poi ho percorso. Se lui fosse rimasto, forse le cose sarebbero andate molto diversamente. La via che avrei seguito sarebbe stata la nostra, ma non la mia”.

Related articles

Informazioni su zipstudio

100% idee, progetti, art-action, vintage, riciclo, fiori, piante...
Questa voce è stata pubblicata in albero, analisi, teorie, intuizioni, idee, ricordi, biomassa, coevoluzione, compost, Condivisione del Surplus, Cura della Terra, Cura delle Persone, ecoadvertising, fiori, lombricompostaggio, omeostasi, permacultura, Teoria Generale dei Sistemi e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...