Terre rare…

Terre Rare“? Il segreto forse è riciclare
Commercio estero/internazionale − 27-01-2011 – 18:17

Le cosiddette “Terre rare” sono un gruppo di 17 elementi della tavola periodica, contenuti in diversi minerali estratti dalla terra, che rivestono ormai una crescente importanza strategica per l’industria europea. Sono indispensabili per la produzione di molti prodotti tecnologici, come iPad e auto ibride. Ecco perché quando la Cina, la maggiore produttrice di questi elementi, ha deciso di limitare le proprie esportazioni, l’Europa è andata nel panico. Ne hanno discusso ieri i deputati, nel corso di un’audizione pubblica, insieme a alcuni esperti del settore. Forse una soluzione c’è: riciclare montagne di dispositivi elettronici potrebbe alleggerire notevolmente la pressione sulle risorse limitate estratte dalla terra, come sostiene il verde tedesco Reinhard Bütikofer. “Bisogna iniziare a riciclare e aumentare l’efficienza energetica delle risorse. Per questo serve una strategia ambiziosa per innovare”, commenta il relatore sulle materie prime Bütikofer. Anche perché, come sottolinea il presidente della commissione industria, ricerca e energia, il popolare tedesco Herbert Reul, le terre rare sono un elemento centrale per l’economia europea”.

Sprecare meno, utilizzare meglio

Quello che è certo è che il consumismo non è un buon alleato dell’efficienza.”Spesso tendiamo semplicemente a buttare via tutto e a ricominciare a produrre dall’inizio”, commenta la socialdemocratica olandese Judith A. Merkies.Un grande sbaglio, visto che all’interno delle città si nascondono delle vere e proprie miniere. Dove? Nei nostri scarti. “Una tonnellata di telefoni cellulari contiene dai 300 ai 350 grammi di oro”, spiega Stephan Csomadi Umicore, una compagnia con sede a Bruxelles che si occupa di tecnologia dei materiali.Cooperare con i paesi ricchi di risorse
Riciclare è utile, ma indispensabile è anche un buon rapporto di cooperazione con i paesi ricchi di risorse. Fare la voce grossa non serve, meglio intessere rapporti duraturi e amichevoli, per non restare un giorno senza scorte. E i rapporti con la Cina costituiscono un nodo abbastanza importante del problema, aggiunge Bütikofer, dal momento che qui viene estratto oltre il 90% di minerali da cui provengono le terre rare.”Nel lungo termine non dobbiamo però diventare dipendenti da un singolo paese”, precisa il relatore.Un tema sensibile perché “se l’Unione europea non adotta velocemente una strategia comune, resteremo sorpresi di come Cina e altri paesi prenderanno il controllo dei mercati in Africa. In quel caso potremmo riciclare quanto vogliamo, ma continueremo ad avere problemi”, ha concluso il popolare ceco Jan Březina.

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e allora si inizia a capire che…

Terre rare afghane

Che un paese possa essere letteralmente seduto sulla propria ricchezza è cosa nota. Basta pensare agli emirati e alle monarchie assolute del Golfo Arabo (o Persico, dipende dai punti di vista), che galleggiano sul petrolio. Ultimo in ordine di tempo in questo speciale gruppo di fortunati c’è un paese devastato dalla guerra: l’Afghanistan. In questo caso non si tratta di petrolio, ma di minerali, per una ricchezza stimata dal locale ministero delle miniere in 3000 miliardi di dollari.

A parte oro, rame e litio, che comunque fanno la loro parte importante nella ricchezza nascosta nel sottosuolo afghano, l’attenzione di imprenditori e investitori del settore è stata attirata dalle riserve di terre rare, cioè di un gruppo specifico di 17 elementi chimici usati soprattutto per dispositivi di alta tecnologia (da componenti per turbine eoliche alle fibre ottiche ai touch screen, per capirci). Attualmente il mercato delle terre rare è monopolizzato dalla Cina che pesa per il 96 per cento nella produzione globale di questi elementi, sebbene possa contare sul 36 per cento delle riserve mondiali. E cosciente del ruolo fondamentale in questo contesto, come riportato dal Wall Street Journal «la Cina avrebbe iniziato a costituire riserve strategiche» di questi minerali che potrebbero consentirle di controllare ulteriormente l’offerta, tagliando le esportazioni. Una mossa che non è piaciuta all’Unione Europea, che sta pensando di ricorrere all’Organizzazione mondiale del commercio.

Sta di fatto che le terre rare già nel recente passato sono state usate come arma di pressione diplomatica dal governo di Pechino, nello specifico con il Giappone nel momento in cui le relazioni tra i due paesi avevano raggiunto livelli di guardia. Ed è per questo che i paesi che possono contare su depositi di terre rare fanno gola.

Tornando all’Afghanistan, già nel 2007 lo United States Geological Survey (USGS) aveva stimato in 1,4 milioni di tonnellate le riserve di terre rare del paese asiatico. Ora, considerando che le riserve cinesi ammontano a 36 milioni di tonnellate, quelle statunitensi a 13 milioni, quella della Comunità degli stati indipendenti (CSI) a 19 milioni, quelle indiane a 3,1 milioni (dati USGS), considerando il regime di monopolio della Cina già descritto e considerando che visto il valore strategico delle terre rare è improbabile che un paese produttore se ne privi prima di destinarle al mercato nazionale, allora diventa chiaro che anche gli 1,4 milioni di tonnellate afghane possono giocare un ruolo importante sul mercato.

Uno dei problemi è che le riserve afghane si trovano nella provincia di Helmand, roccaforte dei talebani (e già questo potrebbe essere un problema per lo sfruttamento dei preziosi minerali), sebbene il locale ministro delle miniere, Wahidullah Shahrani, abbia dichiarato che sono anche altri depositi in altre aree del paese. Un altro problema riguarda la caratterizzazione precisa del tipo di terre rare dei depositi, anche se fonti statunitensi hanno dichiarato che i giacimenti nella provincia di Helmand potrebbero valere 89 miliardi di dollari e potrebbero rappresentare un’importante occasione di sviluppo. Resta da vedere chi ci penserà seriamente. Nel frattempo la Cina ha già iniziato a investire nel settore minerario afghano, firmando un contratto da tre miliardi di dollari per lo sfruttamento di miniere di rame.
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e ne consegue che…

Il problema con le energie rinnovabili

Ricorrere all’energia nucleare non fa diminuire la nostra dipendenza energetica dall’estero. Quante volte avete sentito questa frase? Tante, e altrettante la sentirete da qui al prossimo referendum sul nucleare. Il motivo è semplice: l’uranio per le centrali nucleari lo dobbiamo importare, e quindi dipenderemo dai paesi importatori così come oggi dipendiamo dai paesi da cui importiamo petrolio e gas. Con le fonti rinnovabili invece siamo più contenti, perché il problema della dipendenza non sussiste proprio, dal momento che sole e vento non ce li toglie nessuno. Sarebbe bello, ma le cose non stanno proprio così.

La chimera dell’autosufficienza energetica nazionale risale ai tempi del fascismo. Ha origine dall’isolamento dell’Italia e dai suoi cattivi rapporti con la Gran Bretagna (la “perfida Albione”, appunto), allora fornitrice di carbone, trovò successiva giustificazione nell’autarchia e portò allo sviluppo dell’idroelettrico italiano. Se possiamo dirci soddisfatti della nostra alta produzione idroelettrica, l’idea dell’indipendenza energetica in sé ha poco senso nell’epoca del mercato globale. Comprare un bene che ci serve da chi lo produce e vende non è un male in sé. Il problema nasce dalla natura del venditore, perché doversi rifornire di petrolio da Gheddafi è cosa ben diversa dal comprare carbone dalla Germania.

Come per il petrolio, il grosso della produzione di uranio è in mano a pochi paesi produttori, ma quasi il 50 per cento del minerale prodotto nel mondo viene da due paesi civilissimi come Canada e Australia. Gli Stati Uniti ne producono poi un altro 4 per cento mentre la temutissima Russia si ferma appena all’8 per cento. Sulla disponibilità a lungo termine del minerale è in corso un ampio dibattito ma, al momento, è impossibile trarre delle conclusioni sull’effettiva entità delle risorse di uranio e sul relativo prezzo di mercato. Certo è che il prezzo sul lungo periodo è fermo ai 73 dollari alla libbra, nonostante i problemi a Fukushima.

Sole e vento per produrre elettricità arrivano gratis, certo, ma le cose non sono così semplici: anche la produzione di energie rinnovabili è fortemente dipendente da diversi minerali, in particolare dalle terre rare. Quasi tutta l’offerta mondiale di terre rare viene da otto grossi giacimenti: Mountain Pass negli Stati Uniti, e altre sette miniere, tutte in Cina. Dal 1990 la Cina ha assunto un ruolo dominante nella produzione di terre rare. Oggi esporta il 97 per cento delle terre rare disponibili sul mercato. In altre parole, la Cina ha il monopolio e gli altri paesi sono quasi completamente dipendenti dalle esportazioni cinesi.

Le terre rare hanno un sacco di utilizzi: come additivi metallurgici per leghe, per i convertitori catalitici delle automobili, computer, catalizzatori, additivi per vetro, batterie al nichel-metallo idrato, sistemi audio, turbine eoliche, automobili, illuminazione, applicazioni per la difesa, schermi a cristalli liquidi, fertilizzanti, apparecchiature per la risonanza magnetica e plasma. E sono indispensabili per le tecnologie rinnovabili.

Il settore in cui si fa un largo uso di terre rare è quello dei computer, che contengono neodimio (Nd), praseodimio (Pr), disprosio (Dy), gadolinio (Gd) e terbio (Tb). Le stesse terre rare sono usate per i magneti permanenti delle pale eoliche e per le batterie al nichel-metallo idrato, quelle della Toyota Prius. Il cerio (Ce) è indispensabile per i convertitori catalitici per automobile, per ridurre le emissioni di gas serra. Nd e Pr sono usati anche nelle automobili. Poi c’è il litio (Li), che non è una terra rara ma il più leggero dei metalli, ed è vitale per le batterie ricaricabili dei veicoli elettrici. In breve, le terre rare sono fondamentali per lo sviluppo tecnologico della sostenibilità. Niente terre rare, niente rinnovabili.

La Cina negli ultimi anni è inoltre diventata essa stessa un grande utilizzatore di terre rare per le sua industria manifatturiera. È il classico caso di “tempesta perfetta”: da una parte il monopolio quasi totale della Cina, dall’altra il rapido aumento della domanda mondiale di terre rare da parte dei paesi industrializzati – che non potrà che aumentare ancora, con il prossimo sviluppo delle rinnovabili – e in mezzo l’aumento del consumo interno cinese. Il risultato è una inevitabile bufera sull’affidabilità della fornitura di terre rare per il mercato globale. È stato calcolato che, mantenendo gli stessi ritmi di crescita attuali, la Cina potrebbe smettere di esportare terre rare entro il 2015, diventandone importatore. In più, il blocco alle esportazioni di terre rare operato dal governo cinese ai danni del Giappone a causa di screzi diplomatici è storia di qualche mese fa, mentre solamente da pochi giorni la Cina ha reso nota la quota di terre rare destinata all’esportazione per il 2011, concedendo un po’ di relax un mercato in fibrillazione da mesi. Roba da far rimpiangere la dipendenza dalle esportazioni di uranio di Australia e Canada.

Tutto male, allora? Non necessariamente. La quantità di terre rare attualmente in uso è cresciuta enormemente negli ultimi anni. Si stima che oggi sia circa quattro volte il tasso di estrazione annuale. Il che significa che molto probabilmente riciclare le terre rare può coprire una parte significativa dell’estrazione. Riciclare le terre rare è un processo complesso, ma dovrebbe essere possibile in applicazioni dove se ne fa largo uso, come i catalizzatori delle automobili e i magneti permanenti delle turbine eoliche. In Giappone, Hitachi, Mitsubishi, Panasonic e Sharp stanno cominciando a riciclare le terre rare dai rifiuti.

Dato che la Cina in questo momento domina il mercato mondiale della produzione di terre rare, incentivare il riutilizzo e il riciclaggio di prodotti contenti terre rare – che normalmente verrebbero buttati – è l’unica opzionale realistica per minimizzare il rischio di mancato approvvigionamento nel futuro prossimo, fintanto che non verranno scoperti nuovi giacimenti. Attualmente sono in corso esplorazioni negli Stati Uniti in Australia, ma non vi sono garanzie che i nuovi giacimenti saranno sfruttabili a prezzi competitivi. Insomma, è possibile che in futuro le rinnovabili possano costare di più o che ve ne sarà una disponibilità limitata. O tutte e due. Una cosa è certa: in mondo sempre più bisognoso di energia rinnovabile, la disponibilità di terre rare sarà la sfida del futuro.
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e qui in italia?

Materie prime e terre rare, l’Italia s’è desta: avviato un laboratorio al ministero
Alessandro Farulli

LIVORNO. Il lavoro della Commissione europea sulle materie prime, e in particolare la relazione del commissario Tajani, nonostante le mille difficoltà sta facendo breccia e per una volta anche l’Italia non sta a guardare. Mentre infatti è di ieri l’annuncio del governo francese che ha costituito un Comitato per i metalli strategici (Comes), pochi giorni fa in Italia è stato presentato il Laboratorio Materie Prime presso il ministero dello sviluppo economico. Si tratta di una partnership che vede insieme università, istituzioni, associazioni d’impresa e di professionisti per uno sviluppo sostenibile del comparto.

Siamo nel cuore dell’economia ecologica. Come noto le “terre rare” sono fondamentali per l’industria e in particolare per la green economy e hanno un impatto sia economico sia ambientale notevolissimo. Inoltre la loro scarsità, anche se relativa – la Cina ne detiene il 97% anche se ha solo il 35% della riserve mondiali stimate – visti i costi che la stessa Cina stessa impone a colpi di dazi, è un’occasione formidabile per il mercato del riciclo, perno non a caso dell’iniziativa Ue e potenziale driver economico per l’Italia.
Il Laboratorio Materie Prime – si legge in un comunicato, sito internet www.lab-mp.criet.unimib.it – è nato per iniziativa di Anim (Associazione nazionale ingegneri minerari), Assomineraria (Associazione mineraria Italiana per l’Industria mineraria e petrolifera), Aitec (Associazione Italiana tecnico economica cemento), Criet Centro di ricerca interuniversitario in economia del territorio, Geam (Associazione georisorse e ambiente e dal dipartimento per l’energia), Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del ministero dello Sviluppo economico.

Proprio il direttore generale per le risorse minerarie ed energetiche del ministero, Franco Terlizzese, ha detto che «l’attività estrattiva è centrale per lo sviluppo economico di un paese. Solo chi potrà assicurare gli approvvigionamenti di materie prime strategiche potrà consentire la crescita sia tecnologica che tecnica della propria industria».

Il presidente di Assomineraria, Marco Sertorio, ha sottolineato poi «l’esigenza per il comparto estrattivo di un luogo dove i diversi attori del settore possano non solo focalizzare meglio le diverse esigenze, ma anche proporre soluzioni in grado di migliorare le attività soprattutto in un’ottica di sviluppo sostenibile».

«Le attività del Laboratorio Materie Prime – ha dichiarato Domenico Savoca, presidente dell’Anim – si articolano come conseguente prosecuzione dell’iniziativa Europea “Raw materials initiative” secondo una logica per progetti. Fra le prime attività del Laboratorio abbiamo già individuato dei temi come la raccolta dei dati circa la produzione del settore estrattivo, l’identificazione dei minerali strategici/critici per la politica nazionale, l’analisi dei processi autorizzativi nazionali per la semplificazione amministrativa, la sicurezza nell’approvvigionamento di materie prime, la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, l’analisi e l’incentivazione dell’utilizzo delle materie prime seconde».

Per Mauro Fornaro della Geam – «il Laboratorio potrà essere un elemento importante per favorire la corretta informazione e condivisione di una strategia complessiva, fattori che, insieme al recupero culturale e tecnico minerario, sono alla base dell’accettazione sociale di un rilancio dell’opzione estrattiva». Posizione questa più discutibile, in quanto in Italia non si vede dal nostro punto di vista questa necessità. Mentre ci pare come detto una bella opportunità per l’industria manifatturiera del riciclo.

Mentre sul fronte delle materie prime in generale non arrivano buone notizie – è di ieri l’allarme della Banca Centrale per gli aumenti record che rischiano di innalzare di 44 milioni il numero degli indigenti – questa iniziativa, anche se agli albori, dimostra almeno che il tema dei flussi di materia comincia a farsi strada. Mentre l’altra notizia di giornata, ovvero il lento recupero delle cartolarizzazioni, non invita all’ottimismo. Dato che la cartolarizzazione dei mutui subprime ha causato quello che tutti noi sappiamo, leggere che è quasi un bene che «a distanza di tre anni, qualche timido segnale di ritorno all’antico stia riaffiorando» e che segnatamente si stia parlando appunto di «cartolarizzazione dei crediti più rischiosi come i non performing loans», prudentemente annotiamo questi continui ritorni al passato almeno nella categoria dei “cattivi presagi”.
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Cosa sono le sabbie bituminose

P.S.
Gli indiani d’america non capivano come si potesse possedere o comprare la terra:  per loro era come possedere o comprare la propria nonna, per loro non aveva alcun senso… io credo che il popolo rosso faceva  bene a dire che il popolo degli uomini  bianchi era un popolo di pazzi!

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